Legge elettorale: la teoria e la realtà

Si fa un gran parlare in questi giorni di legge elettorale. Da una parte Renzi che si agita perché una legge elettorale – quale che sia – venga approvata, per potersi appendere una medaglietta alla giacca e poter finalmente dire “se non c’ero io questi partiti stavano ancora a discutere di legge elettorale!” (del tutto indifferente al contenuto di una legge che rischia di essere persino peggiore del porcellum). Dall’altra Berlusconi che gongola perché intravede all’orizzonte una sua potenziale vittoria. Fuori o dentro al parlamento non importa: capace com’è di risollevarsi dalle ceneri, troverà certamente il modo di vincere le elezioni persino senza candidarsi.

Questa gran cagnara sulla legge elettorale ignora una questione fondamentale: non è il sistema elettorale che fa la buona politica.
Una delle critiche più in voga contro il Porcellum, per esempio, è che con le sue liste bloccate, ha tolto agli elettori la possibilità di scegliere i propri rappresentanti in parlamento. Ma si pensa seriamente che le preferenze garantiscano una scelta reale, consapevole e informata? Per una scelta che sia davvero libera (e se una scelta non è libera, in fondo, non è una scelta), in un sistema elettorale con le preferenze dovrebbe essere sostanzialmente vietata la campagna elettorale privata – che premia chi ha più soldi e più relazioni sul territorio – e lo Stato dovrebbe farsi carico di fornire una informazione precisa e identica su tutti i candidati a ogni elettore, in modo che questi scelga davvero consapevolmente. Ma qui siamo alla fantapolitica. Nella realtà, alzi la mano chi, in un sistema con le preferenze, si è davvero informato su tutti i singoli candidati e non abbia invece votato semplicemente “quello che conosceva”. Con il sistema delle liste bloccate – in un sistema in cui i partiti godessero della stima dei cittadini – sarebbero i partiti stessi a farsi carico della selezione “di qualità” dei candidati e ai cittadini sarebbe restituita la libera scelta politica, senza l’onere di conoscere a menadito vita e opere dei singoli candidati. Come si vede, nessun sistema elettorale al mondo è in grado di garantire una selezione di qualità della classe politica, se la classe politica non è di qualità.

Un secondo errore molto comune quando si parla di legge elettorale è fare i conti senza l’oste: ossia applicare virtualmente il nuovo sistema elettorale alla situazione politica attuale. Come se sia l’offerta politica sia gli elettori non modificassero le proprie scelte proprio in funzione della legge elettorale in vigore. I sondaggi politico-elettorali fotografano delle tendenze in un dato momento, date le condizioni di quel momento, e sono del tutto inattendibili come indicatori delle reali scelte politiche degli elettori alle elezioni. Il voto degli elettori non è dato una volta e per sempre e molti di loro attendono proprio di capire con quale legge si voterà e come si riorganizzerà l’offerta politica per fare una scelta ponderata rispetto non solo alle proprie opinioni politiche ma anche al sistema elettorale nel quale il loro voto sarà conteggiato.

Per esempio. Alle prossime elezioni europee si vota con un sistema proporzionale puro, anche se con una soglia di sbarramento al 4 per cento. Se c’è una cosa che condiziona moltissimo le elezioni nazionali è la famigerata “governabilità” e l’appello al “voto utile” è una distorsione (comprensibile, forse indispensabile, ma pur sempre una distorsione) del principio della rappresentanza. Se c’è un aspetto positivo di questa Europa, in cui il “governo” è nominato dagli Stati nazionali ed è quasi del tutto indipendente dal Parlamento, è che ci si può finalmente permettere il lusso di votare liberamente senza che nessuno ci accusi di intelligenza con il nemico. Eppure, anche in questo caso, vista la soglia di sbarramento (anche questa tecnicamente una distorsione del principio di rappresentanza puro – soprattutto in un contesto in cui non c’è in ballo nessun problema di governabilità, tanto che è stato presentato un ricorso), è indispensabile che le forze politiche – specie le più piccole – ragionino bene su come presentarsi agli elettori. Sempre che l’obiettivo sia mandare qualche rappresentante in parlamento europeo e non invece semplicemente “contarsi”.

Personalmente, per esempio, se in Italia si presenterà una lista unica a sostegno della candidatura di Alexis Tsipras alla presidenza della Commissione europea, la voterei. Se, viceversa, dovessero essere presentate più liste, farei molto probabilmente convergere il mio voto sul Pd. Non solo perché le liste separate non avrebbero alcuna chance di superare il 4 per cento – vanificando il mio voto – ma anche perché la presentazione stessa di più liste sarebbe segno di un errore politico macroscopico: il non capire che, per dirla proprio con Alexis Tsipras, “solo se facciamo tutti insieme un passo indietro, per fare tutti insieme molti passi in avanti, potremmo cambiare la vita degli uomini”
inviata da animabella (cinzia.sciuto)

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